Visualizzazione post con etichetta Letto in giro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Letto in giro. Mostra tutti i post

venerdì 16 aprile 2010

Gioco, partita, incontro

Se tutto non andasse così storto. Se l’Iran non ci mettesse il pepe al culo, Al Qaeda non cercasse di procurarsi il megatone e la Russia di rimangiarsi tutte le ex provincie. Se la Corea del nord si desse una calmata, il capitalismo greco fosse in forma e gli accademici occidentali non votassero ogni due per tre un ordine del giorno contro Israele. Se si riuscisse a intravedere per l’Afghanistan una soluzione non si dice uguale, ma somigliante alla lontana a quella dell’Iraq, se la Cina trovasse un modo diverso di fare la Cina, l’Europa un modo qualunque di fare l’Europa, i liberal un modo più originale di aggredire il Papa, e se tutto ciò che intanto così è, così non fosse, ecco, noi vivremmo quantomeno con maggiore serenità la sensazione che l’Inter di Massimo Moratti stia facendo una figura di merda. [Andrea Mercenaro, Il Foglio]

Read More...

martedì 5 gennaio 2010

Craxi


Scrive Mario Pirani su Repubblica:


La diatriba toponomastica a dieci anni dalla morte di Craxi andrebbe messa da parte. Svilisce un dibattito ineludibile perché grava ancora sulle nostre attuali vicende e seguiterà a pesare fino a quando le reciproche accuse non saranno metabolizzate.

Basterebbe por mente al fatto, ai limiti di un paradosso mai davvero esplorato, che l´ultima scissione all´interno della sinistra, a partire da quella del 1921, è stata quella che ha visto una grossa aliquota di dirigenti e di elettorato socialista passare in blocco nelle file di Forza Italia.

Per chi, come il sottoscritto, ha da sempre giudicato del tutto stravolgente e inaccettabile l´entrata nell´arena politica del padrone delle Tv, sarebbe fin troppo facile unirsi al coro e bollare la deriva socialista come l´esito di una propensione antropologica al "tradimento" di classe, ad una conversione al berlusconismo, ad un "mutamento genetico" derivante per naturale ascendenza dal craxismo.

E chiuderla ancora una volta qui. Senza mai fare i conti con l´altrettanto naturale e permanente antisocialismo che i comunisti e i postcomunisti, si portano dentro la pancia da sempre, con zoologica continuità: da quando disprezzavano Turati e appellavano Pietro Nenni di "social-fascista", fino alle recenti trasformazioni (Cosa uno e due, Pds e Pd) che ha visto svalutato e irriso ogni apporto socialista restato fedele alla sinistra, impersonato, per ricordare qualche nome, da Giuliano Amato e Giorgio Ruffolo, da Rino Formica e Giorgio Benvenuto, fino ai sindacalisti della Uil che aderirono al Pds, e così via.

Sprezzati e messi da canto per una ragione di fondo: la permanenza di una scelta che respingeva il nome stesso di "socialismo", (passaporto per l´Europa poi, smarrito per strada) ma impronunciabile per denominare il "nuovo" partito in Italia. La spiegazione esiste: la scelta, da Berlinguer ad oggi, è rimasta sempre quella di privilegiare l´alleanza, fino alla fusione (!), con la sinistra cattolica e respingere l´unità con il socialismo democratico.

Questo ha portato ad un riformismo azzoppato, timoroso di ogni ostilità sulla sinistra, da quella di Di Pietro a quella della Fiom, e, soprattutto, lo ha amputato della sua indispensabile funzione a difesa del laicismo, nello Stato e nella società. Come non capire che anche tutto questo ha contribuito alla deriva di milioni di socialisti verso la sponda d´approdo berlusconiana?

La questione di Craxi s´intreccia con tutto ciò. Non ho spazio per approfondirla qui. Annoto solo: l´intuizione storica di una riconquista di uno spazio autonomo del Psi, succubo fino al 76 della preminenza comunista, avvalorata dal consociativismo berlingueriano con la sinistra dc, era una necessità per l´Italia. Anche la dilatazione del deficit pubblico fu spinta dal consociativismo e dalla invadenza sindacale che ne derivava.

Senza autonomia e peso autonomo del Psi nel governo di centro-sinistra, non ci sarebbe stata la svolta storica della scala mobile e l´inversione di una inflazione devastante, così come non ci sarebbe stata una scelta europeista epocale, quando Craxi, al Vertice di Milano dell´85 impose il voto a maggioranza contro la Thatcher per passare al Mercato unico; così come fu decisivo il suo intervento per permettere contro il Pci, l´installazione degli euromissili in Italia a fronte di quelli installati da Breznev, puntati sull´Europa per ricattarla.

Per far questo occorreva un partito dotato anche di autonomia economica. Di qui la scelta rovinosa delle tangenti, gli arricchimenti, gli scandali nel clima di cinismo realpolitik inalberato dal Capo. Il giudizio, però, si è squilibrato da una parte sola: tutta la vita italiana era condizionata dai costi "impropri" della democrazia: la Dc imponeva tangenti pubbliche, il Pci riceveva i soldi prima dall´Urss e poi delle cooperative. Ma il marchio dell´immoralità è finito solo su Craxi. Il codardo insulto sfiorò persino i "miglioristi" del Pci, accusati di "filo-craxismo". Una ingiustizia storica che duole ancora.

Read More...

venerdì 11 dicembre 2009

Libertè, Egalitè, Trezeguet

Dopo avere letto questo post, mi sono alzato in piedi commosso e in lacrime ho applaudito.

Read More...

venerdì 18 settembre 2009

Sagge parole

Sui fatti di Kabul, ha scritto benissimo Matteo Bordone, potete leggere per intero il suo post sul suo blog; riporto qui solo un passaggio per me significativo:

"[...] peggio di chi muore per niente c’è chi muore per una ragione che però crolla nel momento in cui lui muore. Cioè se metto a repentaglio la mia vita, ma nel caso in cui io la perdessi poi sarebbe messo a repentaglio il progetto che me l’ha fatta perdere, allora no, allora sono sacrifici umani, non strategia militare, non politica estera. Se c’è una ragione per partecipare a una campagna bellica, la ragione resta anche dopo la morte di alcuni militari; se, al contrario bastano sei morti per andarsene, visto che gli altri paesi di morti nelle guerre ne contano molti di più, allora aiutiamo finanziariamente da subito e evitiamo di far morire della gente senza ragione. Evitiamo anche, in caso, di farci belli davanti alle parate del 2 di giugno. [...]"

Read More...

giovedì 28 agosto 2008

Facili ironie


La situazione è seria e non è facile scherzarci su, parliamo di posti di lavoro perduti e gente che verrà licenziata o alla meglio messa in cassa integrazione, soprattutto nessuna ironia sulle qualità umane e professionali del manager in questione; però, quando ho sentito Brunetta dire che il grave, difficile ma non impossibile compito di gestire la parte cattiva della compagnia con i problemi, i debiti, le eccedenze di personale, le tecnologie, gli hub, spettava a Fantozzi, non ho potuto fare a meno di immaginare il manager in questione esclamare "come è umano lei!".

Read More...

venerdì 23 maggio 2008

Giovanni Falcone: 23 maggio 1992 - 23 maggio 2008

Oggi ricorre l'ennesimo anniversario della morte di Giovanni Falcone, della Moglie e della scorta. Avevo pensato di inserire un video di quelli che si trovano su youtube, con il racconto di quelle ore o della figura di Falcone o qualche intervista allo stesso, ma non ho trovato niente che mi soddisfacesse. Ricordo il clima che si respirava in quei giorni in sicilia, lo sgomento, la disillusione che si tramutò in rabbia subito dopo l'omicidio Borsellino. Ricordo la commozione, la rabbia e la volontà di cambiare le cose. Sarò disilluso, ma non li ritrovo più oggi.

Senza voler togliere nulla a quel genere di coraggio che porta alcuni
uomini a morire, non dobbiamo dimenticare quegli atti di coraggio grazie ai
quali gli uomini vivono; il coraggio della vita quotidiana è spesso uno
spettacolo meno grandioso del coraggio di un atto definitivo, ma resta pur
sempre una miscela magnifica di trionfo e di tragedia… Un uomo fa il suo dovere
a dispetto delle conseguenze personali, nonostante gli ostacoli,i pericoli e le
pressioni, e questo è il fondamento della moralità umana. In qualsiasi sfera
dell’esistenza un uomo può essere costretto al coraggio, quali che siano i
sacrifici che affronta seguendo la proprio coscienza: la perdita dei suoi amici,
della sua posizione, delle sue fortune e persino la perdita della stima delle
persone che gli sono care. Ogni uomo deve decidere da sé stesso qualè la via
giusta da seguire; le storie che si raccontano sul coraggio degli altri ci
insegnano molte cose, possono offrirci una speranza, possono farci da modello,
ma non possono sostituire il nostro coraggio.

Per quello ogni uomo deve guardare nella propria anima. (John
Fiztgerald Kennedy
)

Read More...

venerdì 9 maggio 2008

Ricordando Aldo Moro e Peppino Impastato




Oggi si celebra la Giornata della memoria per le vittime del terrorismo e delle stragi, nell’anniversario dell’assassinio di Aldo Moro. Tale provvedimento, caldeggiato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e approvato in modo pressoché unanime dal precedente Parlamento, ha tra i suoi obiettivi quello di correggere lo squilibrio esistente tra l’esposizione mediatica degli ex terroristi e la coltre di silenzio che, fino a poco tempo fa, avvolgeva il ricordo delle vittime e il quotidiano vissuto dei parenti, troppo spesso abbandonati dalla comunità civile e dalle istituzioni. Per ricucire questo strappo si è avvertita l’esigenza di trasformare quel dolore privato in un rito pubblico, un passo obbligato se si vuole avviare una riflessione critica sugli anni del terrorismo, come da più parti auspicato.

Contro questa tendenza, tempo fa, si è levata la voce dell’ex brigatista Adriana Faranda: «Certe volte ho la tentazione di andarmene e di lasciare l’Italia. Perché io dovrei stare zitta? Mi si vuole negare la possibilità di aprirmi agli altri e comunicare cosa passa nel mio animo». Proveremo a spiegarglielo pubblicamente perché questo è lo scivoloso terreno da lei scelto per elevare la sua protesta.

Un anno prima del suo ingresso nelle Br, la Faranda scriveva al marito: «Voglio soltanto uno con i soldi che mi riempia di bei vestiti, di pellicce, di parrucchieri e affanculo la lotta di classe. Lottate, lottate che manco vi reggete in piedi Credo che morirò di noia ». Anche con simili argomenti la figlia di un’agiata famiglia borghese avrebbe continuato, ancora per qualche mese, a ballonzolare sul filo che separa gli apocalittici dagli integrati prima di scegliere la strada della lotta armata, «Nell’anno della tigre», come avrebbe raccontato in un libro scritto da un’altra vita. A quale prezzo, però. Nei riguardi di se stessa, come donna e giovane madre, ma soprattutto nei confronti della collettività, per la lacerazione inflitta a tante vite e al tessuto civile del nostro paese. Si pensi solo al direttore del Tg1 Emilio Rossi, gambizzato il 3 giugno 1977. Di quel commando faceva parte anche la Faranda, una volta risolti i dubbi che l’avevano indotta a esitare tra la scelta di rientrare nella solida esistenza borghese dei suoi genitori e l’opzione di bruciarsi la vita stuprando in serie quella degli altri, perché «tutto il resto è noia, no, non ho detto gioia, maledetta noia», come Franco Califano cantava proprio in quel furibondo 1977. Come «Il volo della farfalla» avrebbe raccontato mille anni dopo in un altro libro, con il narcisismo tipico dei redenti, alla ricerca di una platea che periodicamente rinnovi la cerimonia catartica dell’espiazione e del perdono.

Se oggi clicchiamo su Internet il suo nome, appare l’immagine della copertina di quel libro: i capelli mossi dal vento, gli occhiali neri, una sigaretta che pende dalle labbra carnose. E fino a pochi mesi fa si contemplava la foto di una cinquantenne ancora piacente, in posa tra svolazzanti farfalle, che promuoveva lo spettacolo teatrale tratto dal volume e occhieggiava al suo osservatore virtuale alla ricerca di una qualche complicità che il tempo non aveva scalfito. Chissà se fra gli spettatori di quella pièce ci sono stati anche «Maria R., Aldo F. e Renato di S.», fermati a Roma il 2 aprile 1978 perché leggevano con un megafono volantini inneggianti alle Br? Forse che quegli adolescenti erano diabolici terroristi o loro temibili fiancheggiatori? Certo che no, ma oggi, magari vestiti nei loro rispettabili abiti di professionisti, quando applaudono la redenta Faranda approfittano di quell’oscurità scenica per redimere anche il loro passato rimosso, quella contiguità ormai ispessita dall’ipocrisia e dalla furbizia degli anni, abitata da sorrisini accondiscendenti, conformismi generazionali e troppe parole non dette. E così la Faranda, di vacuità in vacuità, di indulgenza in indulgenza, svolazza per l’Italia, un palcoscenico editoriale, teatrale e televisivo dopo l’altro: certo soddisfatta di essere oggi una scrittrice benevolmente recensita dal magistrato che allora la processò; addirittura felice che il «Kossiga» di ieri la definisca pubblicamente sua amica, entrambi reduci e dissociati dal proprio opposto passato; persino stupita, si immagina, di ricevere nel 2006 un premio letterario per il suo libro, patrocinato anche dal ministero dei Beni Culturali.

E il problema - si tranquillizzi Erri De Luca - non è di voler condannare al silenzio perpetuo i terroristi di ieri, come se fossimo davanti a un tribunale inquisitoriale che pretende di negare loro in eterno il diritto alla parola temendone l’indicibile e imperdonabile antagonismo politico. No, il problema è di invitarli a una dimensione privata della riflessione che esuli da un nuovo protagonismo pubblico, tanto ricercato e così esibito. E’ il narcisismo del redento a essere insopportabile perché troppo da vicino ricorda il superomismo del carnefice; bisogna saper distinguere la reintegrazione dal pulpito. Soprattutto perché l’unico contributo che ancora si attende da questa generazione di terroristi, al di fuori di ogni logica penale, è un contributo di verità storica, nonostante abbiano quasi tutti goduto di sostanziali benefici giudiziari.

Ma il problema in realtà è più complesso. Di questa esibizione mediatica siamo colpevoli anche noi che costruiamo intorno ad essa un irresponsabile mercato delle opinioni e delle emozioni in cui si alternano «vite straordinarie», «storie maledette» e «misteri italiani». E siamo irresponsabili due volte: anzitutto, rispetto al recente passato di questo paese poiché non c’è nulla di più alieno da un giudizio critico e consapevole che una storia popolata di supereroi, di mostri diabolici e di trame oscure. Ma siamo irresponsabili anche perché quel confuso e malizioso mulinare di abbracci senili e titolazioni ammiccanti invia un messaggio subdolo al ventenne globalizzato di oggi, dalla scarsa e confusa memoria: l’idea che in un regime democratico praticare l’omicidio o lo storpiamento politico non solo è fattibile, ma consente di restare sempre in prima fila nel teatro della vita che coincide con quello della comunicazione. Un tempo feroci come tigri e oggi leggiadri come farfalle, fino alla prossima volta.

E allora, silenzio, please. Se solo fosse possibile, vorremmo in questa giornata ascoltare ancora il ticchettio della macchina da scrivere di Carlo Casalegno: la sua rubrica, su questo giornale, si intitolava «Il nostro Stato». Il suo e quello di Walter Tobagi, di Fulvio Croce, di Emilio Alessandrini e di tutti gli altri. Il nostro Stato, la sua parte migliore, mite, tenace, seria, riformatrice, spazzata via, un lungo corteo di morti che, in buona parte, ancora chiedono verità e giustizia e tutti esigono di essere ricordati. [MIGUEL GOTOR "La Stampa"]

Read More...

venerdì 18 gennaio 2008

Autoconservazione

Quando un libro mi appassiona particolarmente, impiego una vita a leggerlo, perchè l'autore è entrato talmente in sintonia con i miei pensieri da farmi fermare ad ogni frase a riflettere. Ho impiegato una buona mezz'ora per leggere questo editoriale sulla Stampa.it.

Read More...

mercoledì 16 gennaio 2008

Voltaire si rivolterà nella tomba...

Per dirla con le parole di uno dei professori firmatari della famosa lettera contro Benedetto XVI: "Mi pare che qui siamo cascati in una bella trappola"! "Ricordano, i professori, che la lettera è stata firmata a novembre, che doveva essere parte di un confronto interno alla Università, e che nessuno avrebbe mai davvero immaginato che la cosa prendesse questa piega. Cattiva immaginazione, cattivo senso politico, il loro? Davvero potevano pensare che anche solo l'uso di un termine come «improvvido» riferito al Papa non si sarebbe trasformato in un affare nazionale?" [Lucia Annunziata] Spero solo che almeno capiscano che il fatto che abbia preferito non presentarsi, in un posto in cui era stato invitato permetterà se non a lui, ad altri "di sfruttare questa censura e di amplificarla allo scopo di rendere ancor più salato il conto da presentare alle impaurite compagini governative, agli scalpitanti candidati alla successione del governo in carica. " [Ezio Mauro] Faccio mio il pensiero di Sofri... Se l'inaugurazione dell'anno accademico alla Sapienza di Roma fosse stata solennemente affidata a una lezione di Benedetto XVI, avremmo assistito a una meravigliosa cerimonia medievale in costume. Se la visita di Benedetto XVI alla Sapienza nel giorno dell'inaugurazione dell'anno accademico fosse impedita o cancellata, assisteremmo a una meravigliosa recita di ottocentismo postmoderno. In questa vicenda tanto romana, o almanco italiana, si è tentati per una volta di evocare la formula vietissima degli opposti estremismi, e comunque di un gioco di specchi. All'origine della Sapienza romana, si sente rivendicare, c'è la Bolla del 1303 di Bonifacio VIII. In verità, tutte le grandi università storiche (prima della odierna proliferazione, alla quale può bastare il segretario di un sottosegretario) ebbero origine da una Bolla papale, salva Bologna, che ebbe una nascita più laica e popolare, e Carducci ne fissò l'anno al 1088 solo per una convenienza municipale, incertezza che, si è osservato maliziosamente, consente alle autorità di protrarne le celebrazioni anniversarie a piacere. Dall'altra parte, si rinfaccia alla Chiesa la condanna di Galileo - 1633; o una frase dell'attuale pontefice pronunciata, a giustificazione del processo a Galileo, nel 1990. Ora, si potrebbe avvertire gli uni e gli altri che il 1303 è piuttosto lontano, e il 1633 anche, e lo stesso 1990 non è poi così vicino da farne una ragione di estradizione del Papa dall'università, che si chiama così perché vuol essere laicamente universale, e aperta a tutti. Un ulteriore paradosso fa sì che il giudizio dell'allora, nel 1990, cardinale Ratzinger fosse contenuto in una citazione di Paul Feyerabend, estratta lei stessa dal contesto; e Feyerabend è, nella filosofia della scienza, un esempio spinto di anarchia relativista, polemico con la sicurezza scientista per le ragioni opposte a quelle di un Papa in generale e di questo Papa in particolare. Affidare l'inaugurazione dell'anno accademico a un Papa in generale, e a questo Papa in particolare, era suppergiù come incaricare un professore di fisica delle particelle di cantar messa in Vaticano la notte di Natale. Insorgere contro l'ingresso del Papa alla Sapienza è suppergiù come scambiare Benedetto XVI per Luciano Lama, e il 2008 per il 1977, o il 1870. La Sapienza romana accolse già Paolo VI e Giovanni Paolo II. Ma quelli erano meno oscurantisti di questo, si dirà. Può darsi, ma l'invito rivolto da una pubblica istituzione non distingue fra questo e quel Papa, se non nel merito, nel dialogo e nella discussione. Giovanni Paolo II, si dirà, era soprattutto pastore, questo resta dopotutto professore, dunque più irritante il suo razionalismo fideista agli occhi di colleghi e studenti: ma resta il fatto che di fede e ragione, come di tutto, la cosa migliore è discutere, a casa propria e altrui, e nelle pubbliche aule e piazze, tanto più quando le piazze non vogliano più, e comunque non possano, essere usate per metterci al rogo i frati di genio. Nel settembre del 1989 Karol Wojtyla, in visita pastorale alla diocesi di Pisa, fu ospite della Sapienza della città in cui nacque Galileo, e insegnò da giovane. Fin dal suo arrivo in città ricordò la grandezza di Galileo, e nell'aula magna della Sapienza improvvisò un bel discorso dei suoi sulla grandezza e la responsabilità della scienza. Il 2009 è stato dichiarato, in memoria delle prime osservazioni che avrebbero condotto alla dimostrazione della concezione copernicana, anno galileiano, e in Parlamento aspetta una legge che dovrebbe patrocinarne lo svolgimento a Pisa, Padova e Firenze: c'è da sperare che l'aria che tira non faccia derivare questa felice circostanza verso una guerretta di religione e scienza. Nel primo ‘900 fu l'arcivescovo cardinal Maffi, astronomo anche lui, a proporre di erigere a Pisa un monumento pubblico a Galileo. Quando Giovanni Paolo II visitò la Sapienza, uno studioso come Adriano Prosperi non si sognò di formulare obiezioni, e piuttosto raccomandò di aprire finalmente l'archivio del Sant'Uffizio, raccomandazione già rivolta da Carlo Ginzburg, e finalmente accolta. Non sarebbe male se, accogliendo calorosamente o solo cortesemente Benedetto XVI, come si deve, gli si rivolgesse una raccomandazione sulla Biblioteca Vaticana chiusa per almeno tre anni, nella costernazione degli studiosi del mondo intero. Io non saprei mai obiettare all'invito al Papa ad ascoltare e dire la sua in qualunque assemblea italiana, dopo aver auspicato che Giovanni Paolo II lo facesse alle Camere riunite e addirittura che parlasse lì di un tema che mi stava specialmente a cuore, e riguardava la responsabilità dello Stato italiano. Dalle carceri italiane partì allora una cartolina che portava stampata la frase: "Di' soltanto una parola". La questione, coi Papi come con ogni altra persona, è infatti questa: quale parola. Non il luogo, la cattedra o il marciapiede, dal quale viene pronunciata. La discussione fra fede e scienza, e la demarcazione dei rispettivi territori, e il confronto di ambedue col potere, sono la cosa più seria di questo mondo, a condizione di avvenire, e non di essere reciprocamente elusi o peggio interdetti. Tra i docenti firmatari dell'appello contro la visita del Papa alla Sapienza figurano nomi dei più autorevoli e liberi scienziati italiani, persone di cui ciascuno di noi dovrebbe sentirsi responsabilmente scolaro. Che si siano sentiti tenuti a obiettare all'ospitalità fatta al Papa dentro la loro università è un segno di debolezza, o di forza, che è lo stesso. Forse la Chiesa dovrebbe esserne meno sorpresa di tutti, e chiedersi quanto le tentazioni di censura o di proibizionismi anticlericali debbano al suo proprio oltranzismo. Dopotutto, Galileo è lontano e benedetta la sua memoria, ma la lezione di amministrazione urbana impartita dal Papa, magari per penna interposta, al sindaco di Roma è affare dell'altro giorno [Adriano Sofri]

Read More...

sabato 1 dicembre 2007

Come non detto...


Ricordate quando dicevo che a nessuno era venuto in mente di fare chiasso per lo spot della Red Bull? Mi sbagliavo...
"Il nuovo spot della Red Bull è blasfemo", parola di Don Marco Damanti. Il
parroco di Menfi sta "tarpando le ali" all'energy drink che, da anni, martella
tutti con le sue campagne pubblicitarie. La pubblicità, ideata dalla Kastner
& Partner, irriderebbe la religione cristiana, proponedo non tre re magi, ma
quattro. L'ultimo con la bevanda in mano. Il prete ha inviato una mail
all'azienda, chiedendo che lo spot venisse subito sospeso. Il brand ha risposto,
sottolineando le benevole intenzioni del messaggio comunicativo e confermando
l'impegno a censurare la campagna pubblicitaria. [TGcom.it]
Forse ha ragione il Pastore Tedesco: l'illuminismo ha fallito...

Read More...

mercoledì 22 agosto 2007

Signori si nasce

Adam Levine cantante del gruppo americano dei Maroon 5, si è espresso così, sulla rivista russa Exile, parlando della sua ex ragazza, la famosa tennista Maria Sharapova: "Maria? A letto è un vero disastro; altro che gridolini. Sotto le coperte stava ferma e muta!" e continua "Ci sono rimasto malissimo la prima volta che abbiamo fatto l'amore. E' bellissima e come tanti ragazzi sognavo di fare sesso insieme a lei. Ma appena abbiamo cominciato sono rimasto deluso. Se provavo a dire qualcosa lei si arrabbiava, è rimasta ferma e zitta durante ogni rapporto che abbiamo avuto". "Ho dovuto prendere un antidepressivo per un mese per quanto mi sentivo giù. E' stato peggio di quando ho scoperto che Babbo Natale non esisteva".

Ora io non sapevo nemmeno dell'esistenza di un gruppo musicale chiamato Maroon 5 (conosco invece la Sharapova e credo che questo valga per il 90% della popolazione mondiale) , amiche bene informate mi dicono anche che il cafone di cui sopra è pure sospettato di essere gaio; dico io: uno che mi cade in depressione perchè ha scoperto che Babbo Natale non esiste e che si faceva cazziare a letto da una ragazzina più piccola di lui che conversazioni affascinanti avrebbe mai potuto tenere a letto... immagino che la poveretta pretendesse il silenzio per sognare con calma che accanto a lei ci fosse qualcun'altro... Maria, se mai mi dovessi leggere: io a letto non parlo, non sono geloso se nel mentre pensi ad un altro e soprattutto non ho mai creduto a Babbo Natale; tienimi in considerazione!

Read More...

giovedì 2 agosto 2007

E se lo dice Elton John...


Sull'edizione online del Corriere della Sera, si può trovare e partecipare a questo interessantissimo sondaggio. Non mi sorprende che la prima sciocchezza che dica un cantante venga ripresa e lo stesso giudicato un metr-a-pansè; non mi sorprende che nessuno si sia posto il problema dell'impossibilità della cosa; non mi sorprende che il corriere gli dedichi un sondaggio, ma le 5763 (cioè il 46,1% di 12501) persone che erano online e hanno votato "sono d'accordo" si! Quando si dice coerenza! Mah...

Read More...

giovedì 24 maggio 2007

Ciò che tutti pensano...

"Insomma è andata così: l'Inter aveva perso il campionato dell'anno scorso, e se l'è fatto dare da Guido Rossi. Aveva due rivali per il campionato di quest'anno, e le ha tolte di mezzo. Una l'ha fatta mandare in serie B, e quella ha vinto la serie B, e all'altra ha lasciato controvoglia la Champions League, e quella ha vinto la Champions League. Intanto l'Inter vinceva il campionato sconfiggendo il Siena ma riusciva a perdere la Coppa Italia. La Serie A dell'anno prossimo sarà interessante" (Luca Sofri)

Read More...

martedì 8 maggio 2007

Problemi di... Eco

"Il problema principale non è quello. Almeno qui in Italia. Non è se Sarkozy saprà fare quel che ha promesso sulle 35 ore, sulla riforma delle pensioni, sulla funzione pubblica, sugli ospedali, la scuola, il lavoro o la Turchia. O se saprà dare la sferzata culturale che a tanti piace e a tanti no. Il problema non è nemmeno se Sarkozy sarà coerente o meno sul riavvicinamento alla politica atlantica, sull’Europa, o sulla liberalizzazione all’anglosassone del mercato. Magari il problema fosse quello. Lo sarà per la Francia. Ma per noi la faccenda è un po’ più grave. E cioè. Dato che per nessuno dev’essere piacevole cadere dalla padella nella brace. Dato che la meravigliosa Ségolène ha perso e quella bestia di Sarkozy ha davvero vinto. Dato che prima o poi si terranno delle elezioni anche in Italia. E dato che non si è mai tenuta un’elezione nell’ultimo decennio senza che Umberto Eco minacciasse: “Se vince Berlusconi emigro in Francia”, adesso dove cazzo andrà?". [Andrea Marcenaro, Il Foglio]

Read More...

Related Posts with Thumbnails