Mizar temporary web site

I've written a new version of Mizar's web site. Currently i have some problem with web host. I hope to upload new web site very soon, but in the meantime i've decided to open this temporary web site.
"Uno zibaldone è un gran calderone di scrittura ancora fumante nel quale si ripone il materiale frammentario della propria ricerca, che è innanzitutto ricerca di uno stile, di un ordine, di una disciplina. Uno zibaldone è per sua natura impensato, lo scrittore non sa mai quello che gli capiterà di incontrare sul suo cammino, in quali meraviglie si imbatterà, di che cosa si stupirà."

I've written a new version of Mizar's web site. Currently i have some problem with web host. I hope to upload new web site very soon, but in the meantime i've decided to open this temporary web site.
Pensato e scritto da
Nicola Rizzuti
il
8/22/2008
Vota questo articolo su
0
commenti
Sono cominciate le olimpiadi, finalmente potrò godermi le gare di nuoto, l’atletica leggera, il badminton e soprattutto il beach volley femminile!
"Non sei normale: le katane??", "Hai scritto due post lunghissimi", praticamente tutti gli amici che leggono il blog si sono stupiti dei due post sulle katane; non ho avuto il coraggio di dirgli che mi sono limitato: non ho parlato ne degli spadaccini più famosi come Musashi Miyamoto, Kojirō Sasaki o Shusaku Chiba, ne dei colpi più letali come lo Tsubame Gaeshi o del "Libro dei Cinque Anelli"!
D’altra parte che ci crediate o meno i post più letti sono quelli di news e quelli di approfondimento, non facendo molti post di news, mi restano quelli di approfondimento.
Iniziano con il beach volley maschile, perché? Perchèèèè?
Estate piena di nulla. Niente concerti gratuiti, pochissimi concerti a pagamento validi, locali chiusi o che chiudono. Niente arene e cinema al centro chiusi, perché non organizzare delle rassegne cinematografiche a prezzi ridotti con i film dell’inverno? Sarà che non ci sono soldi, ma mi viene il sospetto che manchino anche le idee.
Mi devo ricredere. Bello il beach volley maschile: dieci ragazze che ballano in succinti costumi da bagno; peccato che i balletti siano inframmezzati da quattro nerboruti tipi sudaticci che giocano a pallavolo.
Un’amica mi raccontava il suo recentissimo colloquio di lavoro: dovrebbero rendere obbligatoria la lettura della "Capanna dello zio Tom", la schiavitù è stata abolita!
causa presenza di amici turisti, un’amica è stata "costretta" a tirare molto tardi la sera e alzarsi presto la mattina per andare a lavoro
io: "dura da una settimana questa storia, ma come fai? Io non riuscirei a connettere…"
amica: "connettere cosa?"
io: "…"
A onor del vero, l’amica di cui sopra, tiene a sottolineare che, in quel momento, stava scherzando.
A onor del vero, mentre lo diceva, oscillava vistosamente.
Mediaset farà causa a Youtube per furto di video, mi aspetto che Youtube faccia causa a Studio Aperto che spaccia i video per notizie!
La notte di San Lorenzo è quella tra il 9 e il 10 o quella tra il 10 e l'11?
Pensato e scritto da
Nicola Rizzuti
il
8/09/2008
Vota questo articolo su
5
commenti
Etichette: Scene di vita vissuta, Zibaldonate
In Giappone i maestri spadai costituivano un mondo proprio, un universo al quale molti nobili avrebbero voluto appartenere. Pensate che l’imperatore Go-Toba, appassionato studioso, nel 1208 chiamò a corte i più famosi spadai del tempo, uno per ogni mese dell’anno, assegnò loro un titolo nobiliare, chiedendo in cambio di rivelargli i propri segreti; dodici mastri per dodici spade: le Kiku-ichimonji. All’arte dei forgiatori era riconosciuta un’alta valenza spirituale, le apprezzatissime lame dovevano possedere insieme le qualità estetiche e l’efficacia in combattimento, così da suscitare nell’osservatore sensazioni di potenza e insieme di bellezza, meraviglia e terrore. La fabbricazione della lama per una katana era ed è considerata un’operazione sacra. Il maestro spadaio sceglie con cura il giorno propizio per iniziare l’opera, nei periodi precedenti la forgia segue un rituale di purificazione del corpo e dello spirito, e per l’esecuzione indossa una veste sacerdotale di colore bianco e un copricapo in lacca di color nero, inoltre allontana gli spiriti maligni chiudendo la porta d’ingresso alla fucina con una corda di paglia di riso (Shimenawa). Insomma la figura dello spadaio incarnava in se le figure di filosofo, scienziato, alchimista e artista. Il loro saper essere multidisciplinari, la capacità di fornire valore aggiunto alle proprie opere, un valore che trascende anche dalla materialità dell'oggetto, li rende ai miei occhi figure interessanti e moderne. Sono esistiti tanti grandissimi spadai, ma su tutti spiccano le figure di Masamune Okazaki e Sengo Muramasa.
La figura di Masamune è circondata da un’aura quasi leggendaria, non abbiamo notizie certe sulla sua vita, ma si suppone che visse tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo. Masamune è considerato il più grande fabbricante di katane di tutti i tempi, anzi il maestro spadaio per antonomasia. Tutt’oggi esiste un premio per i fabbricanti di katane che porta il suo nome. Le spade di Masamune sono considerata di qualità superiore e particolarmente belle, soprattutto considerando che nel periodo in cui forgiava il ferro che utilizzava era spesso impuro. Le spade firmate sono purtroppo pochissime, la maggior parte gli sono attribuite tramite il parere di esperti, ma la storia giapponese è piana di personaggi famosi che ne hanno brandita una, da Oda Nobunaga a Ieyasu Tokugawa a Hideyoshi Toyotomi (tre le più importanti figure storiche del Giappone) e ogni spada ha una storia curiosa. Su tutte spicca quella della Honjo Masamune. Considerata una delle migliori spade mai costruite ha rappresentato per lungo tempo durante l’era Tokugawa il potere dello Shogunato e veniva tramandata da uno Shogun al successivo. L’ultimo possessore conosciuto fu Iemasa Tokugawa che alla fine della seconda guerra mondiale, nel Dicembre del 1945, la consegnò insieme ad altre 14 spade alla polizia di Mejiro. La polizia le consegnò al sergente Coldy Bimore del 7° Cavalleggeri, da allora non si hanno più notizie.
Abbiamo già detto che un altro famoso maestro spadaio fu Sengo Muramasa, ma sarebbe stato meglio dire famigerato. Considerato a torto un discepolo di Masamune, visse in realtà un paio di secoli dopo, nel XVI secolo. Descritto come un uomo violento e vicino alla follia, era ritenuto capace di trasmettere nelle proprie spade la sua malvagità. Inutile dire che le “diaboliche” spade di Muramasa hanno dato vita a leggende e racconti e giocano un ruolo di primo piano nella letteratura giapponese. Le sue spade ritenute demoniache e assetate di sangue sono infatti spesso confrontate con quelle di Muramasa. Molto nota una leggenda che non ha alcun fondamento storico: Muramasa sfida Masamune per scoprire chi dei due è in grado di forgiare la spada migliore; entrambi crearono due spade magnifiche e decisero di metterle alla prova, le due spade sarebbero stato appese a una sporgenza sopra un fiume, con la punta della lama immersa nell'acqua. La spada di Muramasa, la Juuchi Fuyu (: “diecimila inverni”) tagliò ogni cosa che la corrente trascinava (pesci, foglie, persino il vento), la spada di Masamune, invece, la Yawaraka-Te (: “mano delicata”) non fendé nulla: i pesci e le foglie passavano, e il vento soffiava dolcemente sulla sua lama. Muramasa schernì Masamune per la sua scarsa abilità, un monaco, che aveva osservato tutta la sfida, si avvicinò e parlò ai due: "La prima spada è senza dubbio una spada tagliente, ma è portatrice di sangue, una spada malvagia che non fa differenza fra ciò che taglia. Può essere buona per tagliare farfalle così come teste. La seconda è notevolmente più tagliente delle due, e non taglia senza motivo ciò che è innocente". In realtà la triste fama che aleggia attorno alle spade di Muramasa è dovuta, molto probabilmente a Ieyasu Tokugawa (l’uomo che unificò il Giappone agli inizi del XVII secolo) noto per essere molto superstizioso. Avendo perso molti uomini, parenti ed essendo stato lui stesso ferito da spade di Muramasa proibì ai propri samurai di indossare e usare spade di Muramasa.
Se ancora non fosse chiaro per capire quanto importante sia il ruolo della katana nella cultura giapponese, basta citare la leggendaria spada Kusanagi-no-tsurugi (: l’esatto significato della parola è tutt’ora oggetto di discussione). Questa spada è paragonabile alla Excalibur di re Artù, anche se, contrariamente a questa, sembra che esista davvero. La Kusanagi forma infatti , insieme allo Yasakani no Magatama e allo specchio Yata no kagami, le insegne imperiali del giappone: il tesoro sacro nazionale che è usato durante la cerimonia di insediamento del nuovo imperatore, ma che non è visibile a nessuno al di fuori dell’imperatore stesso e di determinati sacerdoti. Le origini della spada sono avvolte dal mito. E’ scritto nel Kojiki (il più antico manoscritto giapponese) che il dio del mare e delle tempeste Susanoo incontrò nella regione di Izumo una famiglia disperata: i genitori avevano perso sette figlie sacrificate al malvagio mostro Yamata no Orochi, che richiedeva vergini in sacrificio in cambio della promessa di non devastare la provincia, e adesso rischiavano di perdere anche Kushinada, ultima esponente della loro famiglia. Invaghitosi della giovane, a causa della sua bellezza così delicata e della sua eleganza, Susanoo ideò un piano per sconfiggere il mostro, in cambio della possibilità di sposarla: trasformata Kushinada in un pettine, ordinò che fossero raccolti otto barili di sake, da disporre di fronte alla casa della ragazza, dove Yamata no Orochi sarebbe giunto per reclamare la vergine. Mentre Susanoo si nascondeva in una vicina foresta, Yamata no Orochi giunse di fronte alla casa di Kushinada, e qui trovò gli otto barili di sake e non poté far a meno di ubriacarsi, finché ogni testa cadde addormentata. Solo quando tutte le teste del mostro scivolarono in un sonno profondo, Susanoo abbandonò il suo nascondiglio e le recise, uccidendo il drago leggendario. Susanoo dopo aver tagliato le otto teste, iniziò a recidere le code del mostro, ma quando giunse all'ottava coda, la sua spada impattò contro qualcosa di molto resistente. Fu così che Susanoo trovò la spada Ame no Murakumo (in seguito chiamata Kusanagi) nella coda maggiore del Drago. Generazioni dopo, nel regno del dodicesimo imperatore, l'imperatore Keiko, la spada passò nelle mani del grande guerriero Yamato Takeru, come dono della zia, la principessa Yamato, Vergine del Tempio di Ise, per proteggere il nipote dai pericoli che il giovane avrebbe dovuto affrontare durante una spedizione contro gli Ainu. Yamato Takeru cadde in un'imboscata in un pascolo, durante una spedizione di caccia, organizzata da un perfido Signore della Guerra. Costui, utilizzando delle frecce infuocate, intrappolò l'eroe in un cerchio di fuoco e nel frattempo uccise il suo cavallo per impedirgli la fuga. Disperato, Yamato Takeru cercò di usare la spada per impedire alle lingue di fuoco di raggiungerlo e con grande stupore scoprì come l'arma avesse il controllo sul vento. Questa magia gli permise di crearsi un varco fra le fiamme, salvandogli la vita. Da allora, Yamato Takeru chiamò la spada Kusanagi, che letteralmente vuol dire Spada Falciatrice d'Erba. Oltre Kojiki, un altro importante testo che menziona la spada è il Nihonshoki. A differenza del primo, quest'ultimo testo non contiene soltanto storie mitologiche, ma anche registra alcuni eventi contemporanei o comunque vicini alla sua stesura. Questi passi sono considerati molto importanti da un punto di vista storico ed è qui che troviamo le prime tracce effettive della spada. Secondo quanto vi è registrato, essa fu rimossa dal palazzo imperiale nel 688 e fu trasferita al Tempio di Atsuta. Secondo altre storie costruite intorno alla spada, il decimo imperatore del Giappone, l'imperatore Sujin, ordinò che fosse forgiata una replica di Ame no Murakumo. Questa informazione, tuttavia, divenne di dominio pubblico solo quando si seppe che la spada era stata rubata, sebbene secondo alcune voci fu la sua copia a cadere nelle mani dei ladri. Va inoltre sottolineato come l'imperatore Sujin sia ritenuto spesso una figura leggendaria a causa dell'incapacità degli storici nell'inserirlo in un contesto storico ben preciso. Un'altra storia racconta che la spada fu nuovamente rubata nel sesto secolo, da un monaco cinese. Ma la nave dove costui viaggiava, presumibilmente, affondò permettendo alla spada di giungere presso Ise, dove fu recuperata dai monaci shintoisti. Sebbene sia impossibile provarlo, visto il fatto che non è accessibile al pubblico, la Spada sembra sia veramente conservata presso il tempio di Atsuta, infatti vi è una testimonianza, risalente al Periodo Edo, secondo la quale un sacerdote shintoista l'avrebbe vista e descritta. In base alle sue parole, la spada Kusanagi sarebbe lunga circa 84 cm, modellata come un calamo, forgiata in un metallo bianco e ben mantenuta.
Per maggiori approfondimenti: Associazione Italiana per la Spada Giapponese
Pensato e scritto da
Nicola Rizzuti
il
8/07/2008
Vota questo articolo su
8
commenti
Etichette: Architettura e dintorni, Tecnologia

Mi annoio facilmente. Sarà per questo che non ho un passatempo che perseguo con costanza. Vivo di passioni fiammanti che ciclicamente scemano e riaffiorano. Sono un tipo curioso e mi piace leggere: ecco perché a volte se c’è un argomento che mi incuriosisce mi ci dedico con interesse. Per esempio mi hanno sempre appassionato i miti e le leggende, ma per formazione culturale mi ha sempre incuriosito cercare di capire quale realtà storica celassero o cercassero di trasmettere. Ho già scritto sui segreti delle cattedrali gotiche, legati, molto probabilmente, ai segreti costruttivi che le varie corporazioni si tramandavano (non è un caso che le logge massoniche che si ispirano alle corporazioni medioevali, contemplino riti e segni segreti); in maniera analoga numerose leggende sono sorte attorno alle armi, in particolare le spade, e alla loro fabbricazione.
Premetto che non sono un guerrafondaio ne un patito di armi, ma le armi da taglio, le spade, mi sono sempre piaciute. Non amo i fucili e non ho un porto d’armi, ne amo le simulazioni di guerra, ma le spade si. Non siate maliziosi, non credo che sia per il simbolo fallico che rappresentano, penso che sia il testosterone: quella misteriosa sostanza che fa si che un uomo colga immediatamente l’essenza della regola del fuorigioco nel calcio. Più che la spada in sé, per la verità mi ha sempre affascinato la tecnica di costruzione e, come detto prima, le leggende che aleggiano su questi oggetti. Tra tutte le tipologie di spade quella che mi ha sempre colpito è la spada lunga giapponese: la katana. La quantità di leggende che aleggiano attorno le katane sono incredibili: katane maledette, katane con poteri sovrannaturali, forgiatori di spade affilatissime e samurai straordinari. Chiunque abbia visto un film ambientato nel medioevo giapponese (altra mia passione, ma questa è un’altra storia) o “L’ultimo samurai” o una puntata di Lupin ha sicuramente visto i protagonisti sfoggiare spade o katane luccicanti e indistruttibili: pensavo fossero delle bufale, non ritenevo che le tecniche metallurgiche potessero essere così raffinate, invece mi sbagliavo. La katana in particolare ha raggiunto nel corso dei secoli, vette talmente alte di perfezione da diventare quasi un oggetto d’arte più che un arma. La parola katana, nella lingua giapponese, può assumere due significati: può riferirsi in senso lato all’insieme delle spade e armi da taglio giapponesi o più rigorosamente ad un tipo di spada a taglio singolo (affilata da un lato solo) e lama curva (uchigatana). Le katane, come tutte le spade, erano e sono in acciaio. Una precisazione, se pensate che l’acciaio sia un materiale recentissimo vi sbagliate: l’acciaio è una lega di ferro e carbonio, utilizzatissima oggigiorno, ma conosciuta da sempre; il ferro puro in natura non esiste, è sempre “drogato” da una certa quantità di carbonio, per cui quello che si trova in natura è proprio acciaio! Il problema dello spadaio, da secoli, è sempre stato lo stesso: come ottenere un materiale abbastanza duro da penetrare scudi, corazze e ossa (!), ma allo stesso tempo elastico per non spezzarsi in seguito all’urto con un’altra spada. Nel linguaggio comune usiamo i termini duro e fragile come se fossero opposti, per la verità non è così. Un materiale duro è un materiale che resiste alla sua perforazione, il contrario di duro non è fragile, ma morbido. Un materiale fragile è invece un materiale che, sottoposto ad uno sforzo che superi il carico di rottura del materiale stesso, si rompe senza deformarsi contrariamente ad un materiale elastico. Il vetro è un materiale estremamente duro, può essere tagliato solo con lame diamantate, ma è estremamente fragile. La gomma è un materiale molto morbido e può essere sottoposto a forti deformazioni prima di rompersi, ma basta una punta acuminata per perforarlo. Il ferro di per sé è molto morbido, il carbonio aggiunge rigidità; giocando sulla percentuale di carbonio presente possiamo avere diversi tipi di acciaio con differenti caratteristiche di rigidità (ecco perché l’acciaio è un materiale straordinario).
La katana è ottenuta alternando strati di ferro acciaioso, con percentuali variabili di carbonio. L'alternanza di strati di acciaio dolce e acciaio duro le conferisce la massima resistenza e flessibilità. L’acciaio di partenza per le fabbricazioni delle katane prende il nome di tamagahane (: acciaio gioiello), un acciaio molto duro e fragile con un contenuto di carbonio pari all’1%. Il blocco d’acciaio viene sottoposto a forgiatura per regolare la quantità di carbonio: riscaldato al calor rosso, battuto con il martello e ripiegato per poi essere nuovamente riscaldato e ribattuto. Ad ogni successiva piegatura, il tenore di carbonio nella lega diminuisce impercettibilmente. La ripiegatura e battitura ha anche un altro scopo: le molecole di ferro e carbonio non sono uniformemente distribuite, questo processo le ordina e le dirige e se effettuato da uno spadaio sapiente può anche “disegnare” delle precise linee di forza. L’acciaio così ripiegato tra le 13 e le 18 volte scende ad un tenore di carbonio tra lo 0,5% e lo 0,6%, molto duro, ma non fragile e prendendo il nome di kawagane (: acciaio della pelle). Da un blocco di acciaio con meno carbonio, martellato e ripiegato almeno dieci volte si ricava lo shingane (: acciaio cuore), estremamente elastico a causa della percentuale di carbonio vicina allo 0,2%. L’acciaio più morbido viene usato come anima della spada e rivestito dall’acciaio più duro: la parte più esterna serve a penetrare i materiali più duri, l’anima, più elastica, serve a impedire che la spada si spezzi in seguito all’urto. Il più semplice degli stili di costruzione prevede infatti un’anima di shingane inserita in una lamina di kawagane modellata ad U. Esistono tuttavia stili più complessi, in cui si usano anche più tipi di acciaio in funzione della posizione nella spada, si dice che Masamune (leggendario spadaio) ne usasse fino a sette tipi diversi, ma il principio era sempre quello: filo (cioè parte tagliente) e lati di un acciaio più duro, interno e dorso di un acciaio più elastico. Dopo un’ulteriore forgiatura finale che serve a congiungere i diversi tipi di acciaio in un unico blocco indivisibile, si passa alla tempratura. La lama viene ricoperta di argilla in maniera diversa tra il dorso e il filo, quindi viene riscaldata al calor rosso e raffreddata velocemente immergendola in acqua fredda; l’argilla è un isolante termico, il fatto che sia disposto in quantità differenti sul dorso e sul filo fa si che le diverse parti della lama si riscaldino e raffreddino a velocità differenti, come conseguenza di ciò avremo un dorso più morbido e un filo molto più duro ed espansioni e contrazioni nella lama che acquisterà la caratteristica curvatura. Prima della tempratura lo spadaio traccia sull’argilla una linea, più o meno elaborata, con un bastoncino sui lati della lama, parallelamente al filo. Dopo la tempratura viene applicata sulla lama una soluzione acida e, se il processo ha funzionato la linea diventa visibile con una variazione di colore nell’acciaio. Questa linea di tempra prende il nome di hamon, la forma dell’hamon costituisce un segno identificativo, per un occhio esperto, dell'epoca della lama e dell'autore. Infine la lama viene polita e affilata (lavoro lungo, complesso e meticoloso) tramite l’utilizzo di diversi tipi di pietre abrasive di grana via via sempre più fine. Dopodiché il codolo della lama viene racchiuso in un codolo di legno che ne costituisce l’impugnatura e rivestito della pelle ruvida e scagliosa del Rhinobatos (un pesce simile alle razze). Alla base della lama, sopra il codolo viene incastrato un elemento metallico che serve sia per bloccare la spada nel fodero sia da elsa chiamato tsuba. A completare il tutto c’è il fodero: questo e gli elementi metalli accessori come lo tsuba offrono infinite possibilità decorative agli artigiani, tanto che la costruzione dei foderi era considerato un lavoro a parte e affidata ad artigiani specializzati differenti dagli spadai.
I primi forgiatori di spada giapponesi erano monaci buddhisti Tendai o monaci di montagna guerrieri chiamati Yamabushi. Avevano conoscenza vastissime per la loro epoca e il luogo in cui vivevano: erano alchimisti, poeti, letterati, invincibili combattenti e forgiatori di lama. Per loro la costruzione di una lama costituiva una vera e propria pratica ascetica. Erano talmente temuti che venivano considerati fantasmi e nessuno osava disturbarli. Ancora oggi la tecnica della lavorazione e l’abilità del costruttore sono gli ingredienti fondamentali di un’arte che continua a produrre lame uniche al mondo e di ineguagliabile bellezza. Più che dalla scelta dei materiali che le compongono, la loro superiorità è determinata dall’abilità e dalla personalità del fabbro, veri fattori decisivi nella scelta tra le innumerevoli variabili per lo più non misurabili con strumenti scientifici: la qualità dell’acciaio, la tempra del fuoco, i tempi di cottura e di raffreddamento, modalità e quantità di ripiegature, intensità e ritmo delle martellature, gradualità nella modellazione del materiale, temperatura dell’acqua per la tempra, scelta del clima e del momento adatto. Per questo fin dal Giappone antico, si ritiene che una katana racchiuda in sé lo spirito stesso del maestro che l'ha forgiata. Due maestri spadai leggendari furono Masamune Okazaki e Sengo Muramasa. Approfondiremo il discorso sui due spadai nel prossimo post.
Pensato e scritto da
Nicola Rizzuti
il
8/05/2008
Vota questo articolo su
0
commenti
Etichette: Architettura e dintorni, Tecnologia, Varie
Vi ho più volte raccontato della pittoresca fauna che compone il mio giro di amicizie: conoscenti, amici, coinquilini, chi più chi meno ha un tratto distintivo che lo rende a suo modo unico. Su tutti spicca Antonio, mio ex coinquilino ormai dai giorni dell‘incendio. Antonio è la risposta a qualunque domanda vi venga in mente in merito alla società e alle sue dinamiche. Vi siete mai chiesti chi è che potrebbe comperare quelle raccolte di 200 cd pubblicizzate in tv con gli inni nazionali o con i discorsi di Mussolini? Antonio! Chi telefona ai giochi telefonici smaccatamente falsi delle tv private? Antonio! Chi segue trasmissioni come "Chi l‘ha visto?", "Mi manda Rai Tre" o "il Processo di Biscardi" e telefona in diretta? Antonio! Sentite su Studio Aperto di una truffa telematica o di una nuova moda (dall‘abbronzatura integrale per uomini alle crocs, passando per la cabala o la dieta solo yogurt)? Antonio ne è stato vittima o protagonista! Lo so che sembra esagerato, ma chi ha avuto modo di conoscerlo, dopo avere avuto raccontate altre sue vicende, credetemi impubblicabili, non ha dubbi nel condividere l’affermazione di sopra. Uno degli obiettivi di Antonio è diventare schifosamente ricco in modo rapido e senza sforzo, per poter vivere di rendita; sorvolando su altri sistemi più o meno folli uno che persegue tutt’ora è il gioco del Lotto. Sempre alla ricerca del metodo per vincere, un giorno acquistò per 20 euro il "profumo della fortuna" e lo spruzzò su una schedina: fece ambo, ma il liquido cancellò la schedina stessa e il negoziante si rifiutò di pagarlo (sì, è successo davvero!), così decise per l’approccio scientifico e mi chiese quale fosse il metodo statistico sicuro per vincere e cosa fossero i numeri ritardatari. Gli spiegai che nel Lotto non ci sono metodi statistici per predire le estrazioni successive. Le estrazioni del Lotto sono eventi indipendenti l’uno dall’altro, non esiste nessun meccanismo nell’urna che ricordi l’estrazioni precedenti: quindi la probabilità che esca un numero su una singola ruota è sempre 1/18 (cioè 5/90). Sempre, ad ogni estrazione. Esiste poi una pseudoteoria sui numeri ritardatari che si basa su una cattiva interpretazione della legge dei grandi numeri. Un esempio classico che si fa per spiegare la legge dei grandi numeri è che lanciando in aria una moneta ideale la probabilità che esca testa o croce è del 50%, lanciando la moneta poche volte magari non otteniamo un ugual numero di testa e di croce, ma la legge dei grandi numeri ci assicurerebbe che se lanciassimo 100 volte la stessa moneta otterremmo 50 croci e 50 testa, cioè al crescere del numero di lanci la proporzione si avvicinerebbe sempre di più al 50%. In realtà la legge in questione afferma una cosa diversa, la legge afferma che "la media campionaria è uno stimatore consistente della media di una popolazione"; cioè che grazie alla legge dei grandi numeri possiamo fidarci che la media di una grandezza che calcoliamo a partire da un numero sufficiente di campioni sia sufficientemente vicina alla media vera. Ritornando all’esempio della moneta la legge dei grandi numeri afferma semplicemente che, tante più prove usiamo per calcolare la stima (tanti più lanci effettuiamo), tanto più questa sarà vicina, probabilmente, alla probabilità reale dell'evento p (nel nostro caso 50%), quindi più lanci effettuiamo più probabilità c’è di ottenere un 50% di testa e di croce, ma non ci assicura che sarà esattamente così e soprattutto si parla di una stima, soggetta quindi ad un errore anch’esso calcolabile come metodi statistici. Gli pseudoesperti di numeri ritardatari affermano che puntando su un numero che non esce da molto tempo ci sono più probabilità che esca, poiché per la legge dei grandi numeri tutti dovrebbero uscire lo stesso numero di volte; in realtà essi confondono l’analisi a priori con quella a posteriori. Torniamo alla nostra moneta e supponiamo di effettuare 100 lanci di una moneta. Normalmente ci attendiamo circa 50 testa e circa 50 croce (analisi a priori). Ora supponiamo di fermarci al lancio 40. Se io non fornisco alcuna informazione su quanto è accaduto nei lanci precedenti, normalmente una persona si aspetta di ottenere 30 testa e 30 croce nei 60 lanci mancanti (analisi a priori). Se però ora io dico che in realtà nei 40 lanci precedenti ho avuto 40 testa, un "ritardista" dirà che allora, per riequilibrare le cose, qualche strana forza imporrà alla moneta di uscire con maggiore probabilità con croce. E questa è una analisi a posteriori, che tenta di aggiustare le cose in modo tale da far risultare corretta la prima analisi a priori (50 e 50). In realtà nella statistica non si effettuano mai calcoli ad esperimento in corso, ma solo ad esperimento concluso, perché la statistica non permette di prevedere cose che esulino dai dati che non si hanno a disposizione, ma solo di fare calcoli corretti. Ripetuto questo concetto una ventina di volte, Antonio si convinse che non esisteva un metodo sicuro per vincere, ma la legge dei grandi numeri aveva cambiato la sua vita. Definitivamente.
Antonio aveva comprato un fornello elettrico con cui si cucinava nella propria stanza, per tacitare i languori notturni
antonio: "Nicola, come si fanno le uova alla coque? [sorvolo, sintetizzando, sui dieci tragicomici minuti per capire che il termine che voleva usare era ‘coque‘! ndN]"
io: "Prendi un pentolino lo riempi d’acqua e metti dentro l’uovo; poi porta a ebollizione"
antonio: "Per quanto tempo?"
io: "Mah, non so, un minuto, un minuto e mezzo! Dipende da quanta acqua metti e dal fornello, prova hai una possibilità su due…"
Dopo un po’ passo dalla sua stanza e mi sento chiamare
antonio: "Nicola! Non funziona, vengono tutte sode!"
io: "Tutte? Quante ne hai fatte?"
antonio: "Dieci!"
io: "… … Ma quanto le facevi bollire?"
antonio: "1 minuto e trenta secondi: cronometrati; mi sono pure scottato per toglierli dal tegamino di acqua bollente a mani nude!"
io: "… … Ma tutte insieme le hai cucinate? [avrei voluto chiedere se stesse scherzando, ma conoscendolo e vedendo il cronometro e la mano semiustionata sapevo che stava dicendo il vero…ndN]"
antonio: "No una alla volta: la prima è venuta soda, allora ho cucinato la seconda, sempre con il cronomentro, ma è venuta soda, come la terza; sempre un minuto e mezzo!"
io: "Scusa ma perché non diminuivi il tempo? Se la prima veniva soda, pensavi che ripetendo la stessa cosa per dieci volte te ne usciva una alla coque?"
antonio: "Certo: hai detto che avevo una probabilità su due… legge dei grandi numeri, cinque sarebbero dovute venire alla coque, me lo hai spiegato tu!"
Pensato e scritto da
Nicola Rizzuti
il
7/31/2008
Vota questo articolo su
5
commenti
Etichette: Scene di vita vissuta

Dicono che sia arrivata l’estate e che sia arrivata da un mese: voi ve ne siete accorti? Io no! Penso di non avere mai avuto tanti impegni - contrattempi in vita mia. Il bello è che più ne risolvo e più se ne presentano, è una sorta di effetto domino. Il blog non ha mai avuto carattere di periodicità, non sono mai stato costante nella scrittura, però qui si sta esagerando e i miei “venticinque lettori” si lamentano! “Perché non scrivi?”, “quando aggiorni il blog”, “è da molto che non posti”: non che mi manchino gli argomenti, manca il tempo; ho quattro, cinque post su argomenti vari già iniziati e mezzi abbozzati, ma non trovo il tempo necessario per definirli. Curiosamente l’altra sera (beh parlo di settimane fa ormai …) ero seduto con degli amici blogghisti e parlavamo dei blog e di come si fosse arrivati a scriverne uno, tutti condividevamo il fatto che era iniziato in un momento di malochiffari e rappresentava per ognuno un modo per passare del tempo. Oggi invece devo trovare il tempo per scriverci su. Recentemente uno dei blog linkati è stato chiuso, la proprietaria mi ha fatto sapere via mail che sta passando un momento della sua vita così felice che non ha più bisogno di “sfogarsi sul blog”. Personalmente non credo che chiuderò mai questo spazio: scrivere è un passatempo che trovo catartico, non avendo un blog tematico ne troppo personale, praticamente posso scrivere ciò che mi pare. Avrete notato che non scrivo niente di particolarmente personale e dettagliato e se lo faccio, tra l’altro sempre in forma anonima, faccio passare del tempo o modifico alcune situazioni per rendere difficile riconoscere le persone coinvolte. Vedete tutti ridono sulla mia sciocchezza, ancora di più su quella degli altri, ma molto, molto meno sulla propria. Non mi piace urtare la suscettibilità altrui, ho già un modo di scherzare abbastanza “pesante”, ma di persona posso controllare meglio se la persona oggetto di scherno ride con me, attraverso la scrittura è impossibile. Per esempio, tempo fa un’amica, blogghista anch’ella, mi faceva notare che in un vecchio post avevo preso in giro una persona che anche lei conosceva e che a suo giudizio ero stato crudele: benché non avessi detto chissà che cosa, alcuni retroscena, a me sconosciuti, avevano fatto si che ai suoi occhi quel post fosse più cattivo che ironico. Con questa amica ci siamo conosciuti proprio grazie ai rispettivi blog, e non è la sola: tramite esso, infatti, ho avuto modo di conoscere molte persone, con alcune di loro ho stretto anche una amicizia abbastanza forte, con altre ci si limita a commentarsi con affetto. Gli amici di prima ( non ne ho molti, visto che i più intimi sono per lo più fuori Sicilia, parlo più che altro di colleghi, conoscenti e coinquilini ) lo hanno scoperto per caso digitando il mio nome su Google, altri ancora tramite un post su un argomento di loro interesse su cui io ho scritto. In alto e a destra spiccano la mia foto e il mio nome e quante persone conoscete che si interessano di computer chess? Ovvio che poi cominci il passaparola! Più scrivo, più lettori ho, più persone conosco, più aneddoti ci sono, meno liberamente posso scrivere: effetto domino. Ormai sono comuni le battute “mi aspetto che tu ci faccia un post”, “cosa da post, vero?”, “guai a te se ne fai un post” o le lamentele “non hai scritto niente su ieri”; le cose vanno anche al di là delle mie intenzioni, l‘altra sera osservavo con attenzione una bella ragazza sminigonnatissima, gli amici seduti con me, notando il mio sguardo assorto ironizzavano sul fatto che stessi elaborando un post sull‘argomento oggetto di discussione in quel momento: non era così, io stavo solo guardando una gran bel paio di gambe, non avevo nemmeno sentito di cosa stessero parlando! Per la verità ho sempre pensato che il blog servisse a me innanzitutto, come un taccuino su cui annotare pensieri, battute, cose buffe che osservo nel mio quotidiano per poi individuarne trame e connessioni, anche perché sono un tipo che si annoia facilmente e discutere sempre delle stesse cose mi uccide, quindi quando sto seduto con amici, se la conversazione langue o verte su argomenti che non mi interessano, mi metto ad osservare ciò che mi sta intorno; non l’ho mai considerato un diario, per cui non vi troverete mai cronache dettagliate di accadimenti personali, a meno che le stesse non siano spunto per argomentazioni di più ampio respiro. Men che meno se qualcosa dovesse accadere ad un amico: potreste trovare un post su un argomento che la vicenda mi ha ispirato, ma mai un commento sulla vicenda in sé; se ho qualcosa da dirgli ne parlo con l’amico, di persona non attraverso il blog. Mi viene da pensare di essere vittima del mio stesso blog, ciononostante non mi pento ne di avere iniziato ne di non averlo fatto in forma anonima. Pensandoci su credo che sia l’hobby che sto perseguendo da più tempo in vita mia. Non costa nulla e non richiede molto tempo. Essendo io, tra l’altro, saccente, presuntuoso, egocentrico e logorroico: avrei dovuto pensarci prima, è il passatempo che fa per me! Un’amica avrebbe aggiunto all’elenco anche “curtigghiaru” (: pettegolo), ma non è, penso, una virtù che mi appartiene. Conto di colmare la lacuna al più presto!
Pensato e scritto da
Nicola Rizzuti
il
7/23/2008
Vota questo articolo su
3
commenti
Etichette: Scene di vita vissuta
1
Il dottore dice che dovrei ssscrivere quello che ppppenso, si e tutto quello che ricordo, che ricordo. E anche tutto quello che mi succederà d'ora in avanti. Tutto tutto. Non so il perchè, non me lo dicono, perchè non me lo dicono? Ma dice che è importante perchè così vedranno se miglioro. Spero di si.(*)
2
Mmmi chiamo N e sono un caffeinomane. Si caffeinomane. Nnnon ne avevo preso coscienza fino a quando un'amica mi disse che non era normale vedermi montare la maionese semplicemente tenendo il barattolo con le uova in mano. Ora capisco perchè non riesco ad aprire una lattina di fanta senza farne uscire la metà.
3
Bevo caffè da quando ero piccolo. Non sono maturato, praticamente la vita mi ha tostato. Nel corso della mia vita ho imparato ad apprezzare non solo il caffè in tutte le sue varianti, ma anche i cioccolatini al caffè, i biscotti al caffè, i liquori al caffè, i gelati al caffè, i ragù al caffè. Si si i ragù, che c'è di male se l'allungo con il caffè? fatevi i fatti vostri!
4
Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxitelevisore del ca##o, scegliete lavatrice, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita, scegliete un mutuo a interessi fissi, scegliete una prima casa, scegliete gli amici, scegliete una moda casual e le valigie in tinta, scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo, scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina, scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi, scegliete un futuro, scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita, ho scelto qualcos'altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni, chi ha bisogno di ragioni quando ha il caffè americano?... (*)
5
I miei genitori sono usciti dal tunnel. Prendono quello decaffeinato. Mia madre lo chiama caffè alle erbe: non so perchè, ma immagino di rientrare a casa e di vederli vestiti come John Lennon e Yoko Ono che mi dicono: "cioè figliolo, passa al decaffeinato, ti apre la mente. Peace and Love". Temo che il caffè lo coltivino in casa: ho visto delle strane piantine in bagno.
6
E' da un po' che non prendo caffè. E' stata dura, ma ora le cose sono più chiare, sono più calmo.
7
Dolori, dolori in tutto il corpo: rinchiudetemi in un pocket coffee!
8
Caffè: latte di mamma!
9
Ora non ho più la mente annebbiata. Ora so. E' tutto così semplice: ho squarciato i veli di Maya.
10
Ho deciso di smettere con il caffè. Scelgo la vita. Già adesso non vedo l'ora, diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del ca##o, la lavatrice, la macchina, il cd e l'apriscatole elettrico, buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai da te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario d'ufficio, bravo a golf, l'auto lavata, tanti maglioni, natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai. 10 minuti senza un caffè, vado al bar a festeggiare: un'espresso me lo merito!(*)
(*)
chi indovina le citazioni? :D
Pensato e scritto da
Nicola Rizzuti
il
7/04/2008
Vota questo articolo su
12
commenti
Etichette: Scene di vita vissuta
Diceva Napoleone che la modestia è l'arte di incoraggiare gli altri a scoprire quanto sei importante; ora che io abbia un'alta opinione di me, forse superiore al dovuto, è cosa che traspare dai post credo, che l'abbiano anche gli amici fa piacere...
io: "mi piacerebbe fare un corso di sommelier: capisco poco di vini"
amica: "no per carità: sei già scassaca##i così, figurati dopo il corso"
io: "[...] e quindi ho dovuto far finta di essere str**zo"
amico: "far finta? tu str**zo lo sei di tuo!"
amica: "prima di conoscerti pensavo che fossi uno str**zo"
io: "e ora?"
amica: "che sei un simpatico str**zo"
io: "comunque ti ricordavo più cinica"
amica: "pensavo di esserlo, poi ti ho conosciuto"
Pensato e scritto da
Nicola Rizzuti
il
7/03/2008
Vota questo articolo su
5
commenti
Etichette: Scene di vita vissuta
Esiste una parola tedesca che viene usata nel mondo degli scacchi: Zugzwang. Significa 'obbligato a muovere'; si usa quando si vuole descrivere la situazione di un giocatore che qualunque mossa faccia lo porta irrimediabilmente a indebolire la propria posizione, insomma ha a disposizione solo mosse inutili se non addirittura dannose. A quanti di noi capita di ritrovarsi in una situazione di stallo, in cui non si vede via di uscita o di avanzamento? In cui impotenti non si sa che fare o peggio ancora si intuisce che per "andare avanti" rischiamo di perdere quel poco che abbiamo conquistato? A quanti capita di dovere ricominciare dopo una forte delusione, sia essa affettiva o lavorativa e non sapere che direzione prendere? Se insistere con il passato o dimenticarlo totalmente. Se non a noi (e siamo fortunati) sarà capitato a qualche nostro amico. I consigli (dati e ricevuti) a questo punto sono i soliti: dai tempo al tempo, non mollare, cerca di andare avanti. Il punto è che ognuno di noi sa che questi consigli sono pieni di buon senso, eppure non ci soddisfano: non ne vediamo l'utilità immediata, non ci aiutano a lenire il dolore nell'immediato o a darci speranza.
Eppure.
Da qualche giorno un’amica mi racconta delle sue peripezie con il cubo di Rubik. Penso che non ci sia bisogno di presentazione: è un gioco/rompicapo inventato negli anni 80 dall'architetto e designer ungherese Erno Rubik e che divenne subito popolarissimo; recentemente la sua fama è riesplosa in seguito al film di Muccino "La ricerca della felicità" con Will Smith, nel film il protagonista deve la sua fortuna proprio alla capacità di risolvere velocemente il famoso rompicapo. In effetti in questi ultimi tempi i venditori ambulanti che bazzicano per i locali palermitani hanno aggiunto alla propria mercanzia proprio il famoso rompicapo e non è difficile vedere tavolini in cui gli avventori sono impegnati, oltre che a sorseggiare la propria bevanda, a giocare con il famigerato cubo. Il cubo mi ha fatto venire in mente le considerazioni di un vecchio amico che non vedo da tempo: "… è come nella vita: quando stai per completarlo mettendo a posto l‘ultima tessera, ti accorgi che per farlo lo devi rompere, devi smontare tutto quello che avevi fatto prima per poi completarlo." Mi rendo conto che suona un po' come la "vita è come una scatola di cioccolatini" di Gumpiana memoria, ma per quanto balzano fosse il mio amico, ed è strano forte, ricordo una sera in cui mi impegnò in una discussione su Batman, Superman e il problema etico (non ho amici standard, lo sapete…), trovo il paragone quantomeno calzante. Se ci si blocca, bisognerebbe trovare il coraggio di mettersi in discussione, fare qualche passo indietro e ricominciare, anche a costo di perdere quelle cose che si sono ottenute, ma che inevitabilmente non ci fanno progredire. Non è facile, per nessuno, perchè non si rinuncia facilmente all'idea di riottenere ciò che si è perso, tantomeno si è disposti a perdere ciò che si è ottenuto. Probabilmente perchè nel momento in cui metti tutto te stesso nella realizzazione di un desiderio che sia un progetto di vita o di lavoro non importa, investendo tempo, denaro, affetto, emozioni, entrando in una sintonia quasi spirituale con esso, l'idea che ciò che volevamo realizzare è, effettivamente, irrealizzabile ci sembra assurda. E non ce ne capacitiamo. Eppure le nostre energie sono ancora lì, forse la miglior cura è la strategia del cubo Rubik, tornare indietro e ricominciare, investendo le nostre energie in un altro progetto: la rabbia, il dolore, la nostalgia diventeranno la nostra forza.
Pensato e scritto da
Nicola Rizzuti
il
6/28/2008
Vota questo articolo su
3
commenti
Etichette: Scene di vita vissuta
Come scrive qualcuno o dicevo ieri sera, ho bisogno di una vacanza: il fatto è che da stamattina vado canticchiando la canzoncina di questo spassosissimo videogame della Sony. Sono alla frutta!
Qui il demo gratuito in flash: attenzione crea dipendenza!
Pensato e scritto da
Nicola Rizzuti
il
6/27/2008
Vota questo articolo su
3
commenti
Etichette: Tecnologia

Per chi non fosse siciliano una doverosa premessa: in Sicilia non esiste una rete ferroviaria degna di chiamarsi tale. Abbiamo un sistema a binario unico e scartamento ridotto che non serve tutti i comuni e che costringe ad impiegare 5 diconsi cinque ore per una tratta come Palermo-Messina. Il mezzo con cui ci si sposta, a parte l’automobile, è l’autobus di linea. Viaggio ormai da quindici anni, per la verità ormai molto saltuariamente. Avete mai visto il film "Ombre rosse"? Nella diligenza Ford inserisce un vero e proprio spaccato della società americana; l’autobus è di più, è un vero e proprio microcosmo, con tipologie ben definite di personaggi…
I cinesi
frase culto: "mi chiama Xing Qui Mei ma tu chiama Totò"
Si muovono in branco, quattro o cinque elementi accompagnati da enormi zaini e da un immenso vassoio con chincaglierie varie da vendere. Generalmente è facile distinguere il maschio dalla femmina anche se ci sono alcune donne su cui qualche dubbio sorge. Non sono venditori ambulanti, partono dal negozio la mattina alle cinque carichi di roba e la vendono anche ai pakistani e ai senegalesi, sono veri e propri agenti di vendita. Non capiscono però che il fatto che usino il cinese mentre urlano ad alta voce per parlare tra loro, da posto a posto, alle cinque del mattino, li rende solo incomprensibili non inudibili. Si sospetta che cosi come si trasmettano i passaporti, si tramandino gli abbonamenti: tanto chi li distingue. Immortali.
L’abbonato
frase culto: "ma domani chi c‘è di turno?"
Lo riconosci perché sale anche fuori fermata. Saluta l’autista per nome, gli chiede come sta la moglie. Conosce a memoria orari e turni degli autisti. Non si lamenta con lui se qualcosa va storto, sa che è l’ultima ruota del carro. L’abbonato ha visto cose che ai comuni passeggeri sono precluse: lui sa, lui è oltre. A occhio, in base all’autista, alla posizione, al traffico e alle congiunture meteo sa dirti a che ora arriveremo con uno scarto di due minuti. Merita il rispetto che si deve ad un vecchio eroe di guerra. Cuore impavido.
Il viaggiatore scafato
frase culto: "ci sono novità d‘orario?"
Generalmente un ex abbonato o un ex studente universitario che continua a viaggiare più o meno saltuariamente per motivi vari. Pronto a qualunque ghiribizzo della società di trasporti, non si stressa per eventuali cambi di orario, tragitto o fermata. Sa che può succedere, anzi cerca di anticipare le mosse del nemico. Ha la medianica capacità di capire dove sedersi per non beccare il sole sul proprio lato. Lo riconosci da dove e come si siede:mai immediatamente davanti o dietro di te, se sono costretti sfalsano il posto per potere abbassare il sedile senza darti fastidio. E’ l’unico insieme all’abbonato che riesce a dormire senza problemi durante il tragitto. Stoico.
La matricola universitaria
frase culto: "ma non può accelerare?"
Riconoscerlo è facile: viaggia generalmente la domenica sera o il venerdì, indossa un megazaino in cui ha stipato il contenuto della casa e che esala di una terribile essenza di calzini usati e polpette stantie. Pretende di muoversi nell’angusto corridoio senza toglierselo, perché mamma e papà gli hanno detto che gli possono rubare i bagagli. Non capisce che gli autobus hanno il limitatore di velocità e puntualmente si alza per chiedere all’autista a che ora si arriva, salvo essere sfanculato dallo stesso, dagli abbonati e dai viaggiatori scafati che gli fanno notare che arriveremo sempre alla stessa ora. Spaesato.
Il turista
frase culto: "ma dov‘è la stazione degli autobus?"
E’ felice e nessuno sa perché. Si guarda in giro, legge la guida, osserva il paesaggio e lo indica al figlio adolescente che vorrebbe solo sentirsi in pace la musica del proprio lettore mp3. Se prende un bus di linea è perché si è organizzato il viaggio da solo, convinto di essere in un paese civile cerca una stazione degli autobus o degli orari precisi; si informa su dove scendere per andare al proprio albergo ed è terrorizzato di perdere la fermata, persuadendosi di ritrovarsi a Tripoli casomai. Da buon Italiano chiede all’autista e ai vicini perché la sicilia è bella e disorganizzata, l’autista e i vicini, stanchi e imbarazzati, gli chiedono perché non è rimasto a Bergamo alta. Turista fai da te? Ahiaiaiaiai!
Il provolone
frase culto: "Signorina c’è l’ha fatta per un pelo…"
Ovviamente l’intero autobus intuisce a che pelo il tipo si riferisca. Untuoso, servizievole, accondiscente, ridanciano quanto basta, cerca di acchiappare la propria preda confidando sul fatto che la signorina in questione non si butterà dal bus in movimento. Generalmente di mezza età viene di solito sistemato dall’autista che gli chiede come stanno moglie e figlie, dalla signorina che gli fa osservare che è più stempiato del padre o dal collega seduto dietro che gli fa cadere il parrucchino. Casanova.
La mamma
frase culto: "Esci la carne che sto arrivando…"
C’è la mamma che lavora fuori e torna all’ora di pranzo e che cerca di spiegare al figlio di quattro anni come cucinare una perfetta pasta al forno; c’è la mamma che va a trovare la figlia e le spiega come preparare la pasta a forno per quell’inetto che ha sposato, c’è la mamma che va a trovare il figlio e lo rassicura che sta portando la pasta a forno che quella squinternata della moglie è incapace a preparare. Ce ne fosse una che pensa di portare una porzione per i compagni di bus. La mamma è sempre la mamma.
L’emigrante
frase culto: "E‘ 32 ore che sono in viaggio!"
Assomiglia in maniera inquietante al personaggio di Verdone in "Bianco, Rosso e Verdone". Il problema è che quel film è di 25 anni fa! Scendendo per occasioni speciali o festività comandate ritrova sul percorso di ritorno altri emigranti che sfida dialetticamente per stabilire chi ha il miglior lavoro, chi guadagna di più, chi non torna da più tempo, chi ha impiegato più tempo in viaggio. Fornito di ogni genere di conforto, non esita a dividere il suo filoncino da un chilo alla mortadella con chi sta accanto. Attenzione l’odore di pecorino non è indicativo della presenza di una forma, controllare prima se non si è tolto le scarpe. At uot taim arriva dis pintaiota?
Pensato e scritto da
Nicola Rizzuti
il
6/26/2008
Vota questo articolo su
5
commenti
Etichette: Scene di vita vissuta
Cavoli è gia Estate? Dico, ieri era capodanno… capodanno 2000!
Le mie giornate si ripetono con una regolarità e un incalzare inquietante: non ho materialmente tempo di fare nulla di quello che progetto: ho almeno quattro, cinque post su argomenti vari che mi ronzano in mente, ma non trovo il tempo per scriverli.
Ispirato da un blog che leggo spesso, ho cominciato a chiedere il vaticinio del mio futuro alla macchinetta del caffè: inserendo la moneta e premendo contemporaneamente tutti i bottoni la bibità che viene fuori mi dirà com’è la giornata; considerando che da quattro giorni bevo caffè lungo amaro e nero, mi si prospetta una luuunga estate…
Spesso noi uomini (me per primo) siamo dei gran cazzoni, il problema e che te ne accorgi sugli altri, meno quando le stupidaggini sei tu a farle
Bellissimo questo giochino: gratuito e rilassante
Dopo non avere dormito tutta la notte causa progetto, prendo l’autobus per tornare a casa a votare, sperando di potere dormire un po’; siccome a me le cose non accadono in maniera normale, ma sempre esagerata ecco chi era seduto attorno a me: dietro di me, a ore 6, un tipo raffreddatissimo che dopo avere consumato due pacchetti di fazzoletti tra starnuti e soffiaggi prende sonno russando così forte da fare girare l’autista; dietro a ore 7 ragazzo con gomma da masticare che faceva scoppiare il palloncino ogni 2 minuti e 37 secondi esatti; accanto, ore 9, un tipo intento a fare cruciverba… ad alta voce; davanti a ore 12, ragazza che non ha fatto altro che mangiare estraendo cibarie dal sacchetto più rumoroso del mondo. Arrivato mi sono sentito Verdone nella scena finale di "Bianco, Rosso e Verdone"
Due cose sono diventate oggetto di culto a casa mia in questi ultimi mesi: la pasta fritta mangiata di notte e la trasmissione notturna con Teocoli sugli europei di calcio.
io: "Comunque da questa storia tu non ne esci male, anzi…"
amica: "…"
io: "Si, lo so: Esticazzi!"
amica: "Ecco, bravo…"
Questa non la sapevo hanno inventato un modo per scrivere sull’acqua: semplicemente incredibile…
E’ ricominciata la dipendenza da succhi di futta
Pasta fritta ed effetti collaterali…
amico fraterno: "senti, ma hai fatto una puzzetta?"
io: "eh?"
amico fraterno: "Perché o sei tu o è una fuga di gas… sento proprio odore di metano!"
io: "allora: buon viaggio, divertiti e mi raccomando sesso sicuro!"
amica: "la smetti? Pure tu con questa storia… quasi quasi mi tocco"
io: "Già ti alleni?"
Pensato e scritto da
Nicola Rizzuti
il
6/25/2008
Vota questo articolo su
1 commenti
Etichette: Scene di vita vissuta, Tecnologia, Zibaldonate
.jpg)
Di come, gli uomini, i sottintesi non li capiscano
Giorni prima, via sms…
Lui: "Sei impegnata? C‘è la partita in tv, potremmo vederla insieme…"
Lei: "Dammi un po‘ di tempo e sono da te"
La visione della partita fu apprezzata poichè qualche sera dopo sempre via sms…
Lei: "Stasera non c‘è qualche partita, qualche film, qualche collezione di farfalle da vedere?"
Lui: "C’è un bel film su La 7"
Lei: "OK! A che ora?"
Lui: "A che ora che? Il film sta finendo"
Lui (non ricevendo risposta, ma dopo un po‘ realizzando): "Era una metafora, vero?"
Lei: "Però sei un tipo sveglio, solo 30 minuti per capirlo"
Pensato e scritto da
Nicola Rizzuti
il
6/16/2008
Vota questo articolo su
7
commenti
Etichette: Scene di vita vissuta

Come ogni bravo maschietto eterosessuale che si rispetti, una delle letture principali che ha fornito materiale al mio immaginario erotico è stata la sezione "Biancheria Intima femminile" dei cataloghi Vestro e Postalmarket! Non me ne vogliano le gentili lettrici, perchè anche loro hanno i propri scheletri nell'armadio: dopo anni sono riuscito a capire il perchè le mie compagne di scuola comprassero "Cioè" non già per le cartoline dei cantanti famosi, ne per i gadget, ma per le lezioni di sesso con fotoromanzo annesso. Tornando ai cataloghi, dopo avere spulciato per bene la sezione di intimo era mia consuetudine dare un'occhiata a quella dei giocattoli (ero bimbo), quella dei computer (è sempre stata una fissa), seguita dagli attrezzi di bricolage e infine dalla mia perversione segreta: gli accessori da cucina! Non so spiegarvi il perchè, ma la padella divisa in quattro dove si potevano friggere 4 uova a occhio di bue era, per me, un'invenzione paragonabile alla ruota. Non guardavo piatti e bicchieri, ma tutti quegli aggeggi strani che avevano scopi più o meno bislacchi: l'accessorio per disegnare con lo zucchero a velo sopra la torta, la padella fornetto, coltelli delle più svariate forme e dimensioni. Avrei ucciso per un tagliapizza! Anni dopo una mia amica me ne regalò uno che ancora conservo e uso. Allenandomi alla vista di questi oggetti, presto cominciai anche a fare una certa distinzione tra quelli gradevoli nella forma e quelli che lo erano meno... in breve mi appassionai al design industriale. Cominciai a comprare libri e riviste per curiosità e il mio interesse si allargò dagli accessori da cucina (che rimangono tutt'ora il mio 'campo' preferito) al design in generale: auto, mobili, orologi... Benchè scelte di vita mi portarono lontano, ma non troppo, dal mestiere di designer, ammetto che un'occhiata alle riviste e ai siti specializzati la dò ancora e quando ho avuto la possibilità di visitare un salone del mobile non me la sono fatta scappare. Ciò che mi meraviglia del design e dei designer non è tanto la capacità di interpretare oggetti di uso comune con forme eleganti, quanto la maniera creativa con cui si cerca di risolvere un problema che incontriamo nella vita di tutti i giorni: dalla pianta che ha bisogno di acqua, alla luce per il salotto. Come ad esempio il lavandino di cui vedete l'immagine sopra. Da quando mi sono trasferito a casa nuova il lavaggio mattutino ha assunto toni fantozziani. Non c'è volta che sia una che azzeco il rubinetto esatto: a casa dei miei ho un bagno moderno con il miscelatore, nella vecchia casa avevo un bagno con due rubinetti, di acqua calda e fredda, ma invertiti rispetto all'uso comune; dopo dieci anni, mi ero abituato ad avere acqua calda a destra e fredda a sinistra. Nel nuovo bagno invece l'acqua calda è a sinistra e la fredda a destra. Lo stesso nella doccia. I nostri padroni di casa hanno poi sostutito lo scaldabagno con un modello nuovo fiammante che riscalda l'acqua a temperature nucleari in pochi secondi. Metteteci che il buon Marione (il mio solitario amico neurone) carbura dopo le nove del mattino ed ecco spiegato perchè non devo avvisare che il bagno è occupato: i coinquilini sentono le mie urla. Guardare i colori delle manopole? A parte che non si distinguono, se mi devo lavare la faccia non metto gli occhiali e senza sono cecato: e poi vuoi mettere l'emozione di non sapere se sarai ustionato o congelato di prima mattina? Sono cose che temprano! Il lavandino di cui sopra ha una particolarità: il rubinetto è sostituito da una sfera di metallo, spostando la sfera verso l'esterno si aumenta il flusso, facendola scorrere verso destra si ha l'acqua fredda e verso sinistra la calda; la superficie si colora di blu o rosso infunzione della temperatura... geniale no? Certo conoscendomi già mi vedo inseguire, bagnato e mezzo nudo la sfera casa casa, al grido di: "Pallina, pallina! Ho perso la pallina!"
Pensato e scritto da
Nicola Rizzuti
il
6/04/2008
Vota questo articolo su
6
commenti
Etichette: Architettura e dintorni, Scene di vita vissuta
Alcuni giorni prima…
amico: "Esco con X stasera…"
io: "Le cose vanno avanti vedo, complimenti!"
amico: "Ma dove la porto? Un consiglio?"
io: "A cena?"
amico: "No è a dieta"
io: "Teatro? Fanno…"
amico: "Nooo, non le piace è pesante: dai tu hai sempre il lapis sottomano…"
io: "Qualche pub? C‘è qualcosa al noto pub… sui libri mi pare"
amico: "Buono, proveremo"
Ieri sera…
amica: "Hai saputo che c‘è quella manifestazione al noto pub?"
io: "Si una cosa che riguarda i libri…"
amica: "No ti danno dei gettoni e paghi degli spettacoli… ne abbiamo visto uno… una cosa allucinante tipo teatro dell‘assurdo… c‘era una tipa che mangiava come un‘ossessa…"
io (all‘amico via sms): "mi hanno detto che lo spettacolo al noto pub era carino…"
amico (via sms): V@f@nc**o!
Inizio serata
io: "Che hai fatto nel fine settimana?"
amica: "Siamo andate al compleanno di Y; serata di sole donne: mamma mia tutte erano state lasciate…"
io: "Bell‘ambientino…"
amica: "Si respirava un‘acidità nell‘aria…"
io: "[…] comunque ste cose sono tipicamente femminili…"
amica: "Ma dove??? Ma se vi lamentate sempre, siete lacrimevoli… una cosa indegna!"
io: "Non ho conosciuto mai nessuno che mi chiedeva di sfogarsi."
amica: "Io non generalizzerei così!"
io: "OK diciamo che, in media, io non ne ho conosciuti mai, ma il motivo c‘è, è una tattica per acchiappare: quanti di quelli che ti esponevano i problemi con le donne ci hanno provato poi con te?"
amica: "… beh… tutti…"
io: "…"
amica: "Però non subito!"
Fine serata: uscendo da un pub incontro un amico
io: "Ciao! Che si dice?"
amico: "Mah tutto vecchio, niente sono qui con degli amici: una ragazza della compagnia si è appena lasciata con il ragazzo e stiamo cercando di farla distrarre…"
io: "capisco…"
amico: "Si ma è una depressione: lei è acidissima; ti giuro che il tipo con cui stava mi è sempre stato sulle palle, ma capisco l‘inferno che viveva!"
io: "Dai, cattivissimo: le passerà. E tu? Ho visto Z sere fa, mi ha detto che vi siete lasciati…"
amico: "Già... capita… anzi se ti va una sera di queste usciamo noi due… volevo parlarti di lei, visto che la conosci…"
io: "… … … accidenti: mi abbassi la media!"
amico: "???"
Pensato e scritto da
Nicola Rizzuti
il
6/02/2008
Vota questo articolo su
2
commenti
Etichette: Scene di vita vissuta